Quanta folla e quanta confusione intorno a me. Sono capitato in una stazione ferroviaria, e le persone sembrano tante marionette alle quali sono stati tagliati i fili. La maggior parte di loro cammina freneticamente, verso una direzione precisa, ma solo a loro conosciuta, con sguardo fisso nel vuoto, con passo deciso. Non disponendo di "radar" come quello dei miei amici pipistrelli, il fatto che riescano a non urtarsi l'un contro l'altro, mi fa credere che percorrano quel tragitto da così tanto tempo da aver già memorizzato ogni passo. Potrebbe accadere di tutto al loro fianco, sicuramente non se ne accorgerebbero. Che tristezza, un posto come questo, così altamente frequentato, potrebbe essere una inesauribile fonte di sensazioni, di incontri. Ed invece è tutto così grigio, come il fumo che esce dalle locomotive. Per fortuna, però, riesco comunque a percepire vibrazioni, forse, tra tutta questa gente, qualcuno stà ancora gustandosi la bellezza della vita, forse stà sorridendo. Mi volto, due ragazzi che teneramente si tengono per mano, stanno scendendo da un treno, anche i loro sguardi sono "persi", ma nei loro pensieri vedo giardini con alberi, fontane, animali .... è decisamente tutto un altro perdersi questo! Lei ha, tra le mani, quattro bellissime rose rosse, le stringe a se come temesse che qualcuno potesse prendergliele. E' strano, tutti sanno che il numero delle rose, se non è in dozzine, deve essere sempre dispari ... cosà significherà quel quattro ? Due cuori ... quattro rose ... forse è solo magia. Do un ultima occhiata alla stazione, che strano, tutti i treni fermi sui binari sono incolori come lo erano le persone di prima, tranne uno, coloratissimo,quello da cui erano scesi i due ragazzi. Se mai dovessi prendere un treno lo vorrò colorato come quello.
Prima o poi doveva accadere, era ovvio che, in un bosco che non conosco, di notte, nel bel mezzo di una bufera di neve, mi sarei perso ... Quando si dice che i "mali" non vengono mai da soli .... E poi fa freddo, il mio abbigliamento non é certo da alpinista ed ho perso la sciarpa (mi consola però sapere che adesso sta scaldando un nasino più carino del mio). Gli abitanti di questo strano bosco mi osservano da lontano. Riesco a sentire le loro voci, alcuni hanno paura di me, mi vedono cosi diverso da loro, non capisco, sono così piccolo ... come possono aver timore di me. Altri sono solo incuriositi, chi prova a darmi coraggio indicandomi di essere sulla strada giusta per uscire da li, altri che .... ridono di me: posso tollerare la paura di ciò che non si conosce, ma la derisione mi disturba molto. Mi sentivo veramente perso, pensavo di non potercela fare, fino a che, davanti a me, come un miraggio, é apparsa una fata, grande, molto più grande di me (non che ci voglia molto per esserlo) e bellissima, molto più bella di me (ed anche su questo ... massimo risultato con il minimo sforzo). "Grazie" le dico "portami fuori di qui". Lei mi guarda, sorride (é veramente bella!) mi porge la sua mano e mi dice: "non hai capito, io non ti devo far trovare la strada, io ti ho portato fino a qui, adesso con l'aiuto di tutto ciò che ti circonda puoi continuare sa solo. Il mio compito finisce qui, mi sono mostrata a te solo perché ho sentito nella tua mente il dubbio di non farcela. Sono sempre stata al tuo fianco, e continuerò ad esserlo anche una volta uscito da questo bosco, seppur i tuoi occhi non mi possano vedere ". "Chi sei?" chiesi. "una fata, non migliore, non peggiore, di tutte le altre fate. Sono nata durante una bufera di neve, come quella di oggi, é per questo che, in onore del ghiaccio che si era formato così puro e limpido, mi chiamarono ”Cristallo” " Capii che stava per andarsene, nuovamente fui assalito dalla sensazione di sconforto, lei lo percepì immediatamente, e disse, sussurrandomi nell'orecchio "se credi che io non ci sia, se non mi vedi, chiudi gli occhi, pensami e riaprili. Sicuramente vicino a te ci sarà qualcosa che ti farà pensare a me. Quella é la prova che cercavi, io c'ero." Mi salutò baciandomi sulla fronte, ma prima di andarsene definitivamente, stacco un pezzo della sua veste e me lo donò. Non potevo credere ai miei occhi, stava albeggiando, il sole spuntò dall'orizzonte, la luce illuminò il bosco, aveva smesso di nevicare e non avevo nemmeno più freddo al naso. Come tante volte mi accade, non capisco se quell'incotro é stato reale o solo un sogno ... Poi mi accorgo di avere qualcosa in mano ... Un ricordo, un pezzo, un frammento, della mia nuova amica fata di nome "Cristallo".
Sono caduto in mare ... me ne stavo mezzo assonnato sulla mia foglia quando la brezza che ci stava spingendo, che per fare i dispetti talvolta mi supera, ha improvvisamente smesso di soffiare. Puff, un bel bagnetto in acqua, non che non ce ne fosse bisogno (anche noi folletti dobbiamo curare l'igene ...) però, mi avessero avvertito mi sarei preparato. Ho dovuto aspettare che la foglia mi raggiungesse in acqua (la sua "caduta" è stata molto più elegante e armoniosa della mia ....) e, una volta raggiunta, mi ci sono seduto sopra affinche le mie aluccie si asciugassero. Non potevo certo dire di aver cominciato bene la giornata, ma ormai c'ero in quella situazione, che ci potevo fare? Mi son detto, siamo in mare, godiamocelo. Mi sono disteso in posa da sirenetto (le risate che si son fatte quelle tre farfalline che son passate prima, mi risuonano ancora nella testolina) ed ho lasciato che il sole mi scaldasse.
Il respiro del mare mi sollevava per poi "risucchiarmi" dentro di se, come se mi volesse cullare.
La pace si è impadronita di me, e mi sono sentito tutt'uno con la natura circostante. E' proprio vero, per potersi sentire parte del mondo a volte occorre starsene da soli, in silenzio ed ascoltare i rumori che non ci sono.
Mi sono fermato in un villaggio, simile al mio, con gnomi, fate e folletti. Avevano organizzato una festa e stavano ballando.
Quando nell'aria si diffuse una melodia, le mie corte gambe iniziano a muoversi.
Fra tutta quella gente riconobbi un fata, vecchia mia conoscenza, con la quale avevo ballato in molte occasioni. Le chiesidi concedermi l'onore.
Conoscevamo i passi a memoria, i nostri movimenti erano quasi perfetti. Ben presto intorno a noi si fece il vuoto, il ritmato battito della mani accompagnava ogni nostro movimento. Finita la musica ci salutammo e, tra i graditi complimenti degli altri, mi allontanai per rimettermi in viaggio.
Ripensavo a quel ballo, mi ero divertito, ma ... C'era qualcosa che non mi aveva convinto nella mia amica fata,ballerina.
Provai a socchiudere gli occhi e pensai a lei intensamente. Brava, non aveva sbagliato un passo, in un paio di occasioni aveva anche rimediato ad alcune mie incertezze sapendo quello che doveva fare.
Ma qui i miei ricordi si fermavano, oltre questo non andavo. Chi era lei, veramente, si stava divertendo, ma era felice?
Non ricordo il suo nome il colore degli occhi, quello dei capelli, solo che era una brava ballerina.
É stato in quel momento che mi sono ricordato di un incontro fatto tempo fa, sul quale, sinceramente, non so ancora se trattavasi di realtà o di uno dei miei tanti sogni ad occhi aperti.
Stavo camminando in un bosco, mani in tasca, fischiettando, alzai gli occhi al cielo proprio nel momento in cui un numeroso stormo di rondini stava passando sopra di me. Migrano verso luoghi più caldi, pensai.
D’improvviso, li davanti a me, ai piedi di un grande e robusto albero, una rondinella che era uscita dal gruppo.
Tremava, forse infreddolita, forse impaurita. Mi guardava, un po’ con sospetto, un po’ con sollievo, mi avvicinai a lei per darle conforto, e cominciò a sussurrare cose a me incomprensibili: chiavi, porte, lucchetti.
Non era impazzita, ma qualcosa la turbava, la fissai negli occhi … io la conoscevo, io l’avevo già incontrata, probabilmente con forme diverse, in luoghi diversi, in situazioni, diverse … ma gli occhi erano quelli.
Ma dove l’avevo vista ? Non potevo chiederlo a lei, era così spaurita.
Non sapevo cosa fare, come muovermi, volevo convincerla a tornare nello stormo, farle capire che, restando li si sarebbe potuta perdere.
A volte, la stupidità supera la ragione, ed io, se mi trovo in difficoltà mi agito e perdo ogni capacità logica …l’unica cosa che mi venne in mente di dire fu “vuoi ballare ‘”
Cosa più stupida non sarebbe potuta uscire dalla mia bocca: non c’era musica, nessun amico folletto in vista che con il suo flauto la potesse creare, non so se sapeva ballare, non avevo mai ballato con lei, quindi non avrebbe saputo interpretare la mia guida ed inevitabilmente saremmo inciampati ad ogni passo.
Ma come mi era venuta in mente quell’idea !
Ed invece la rondinella si alzò ed accettò “scusami, non so ballare” fu quello che mi disse mentre si avvicinava a me.
Un orchestra comincio a suonare (dov’era che prima non l’avevo vista) e cominciammo a volteggiare …
Non so per quanto tempo ballammo, sicuramente abbastanza da sfinirci, eppure non ci fu, nei nostri passi, nemmeno la più piccola sbavatura, era la prima volta che ballavamo insieme, eppure sembrava lo avessimo sempre fatto. Accettò, incondizionatamente, di farsi guidare in quelle sequenze a lei sconosciute, sentivo la sua, forse immeritata, fiducia e la guidavo più con gli occhi che con mani.
Quello era ballare!
La musica finì, orchestra sparì con la stessa velocità con cui era comparsa, nessuno applaudiva, quel rumore ritmato che sentivo era invece il mio cuore che batteva fortissimo.
Le feci un largo inchino di commiato. Lei sorrideva felice per aver ballato, notai che le sue mani tenevano stretta stretta una piccola chiave (e quella da dove era uscita?) e spiccò il volo per tornare con il suo gruppo.
Ebbe un ripensamento, tornò indietro verso di me e disse, gridando, “grazie”.
Mi voltai convinto che dietro di me fosse riapparsa l’orchestra e che lei stesse ringraziando il maestro per la splendida melodia che aveva fatto suonare ai suoi orchestrali ….
Non c’era nessuno, chi aveva ringraziato ?
Di lei non rammento se ballasse bene … tutto il resto si, ed anche dove l’avevo incontrata ….
Sorrisi e dentro di me pensai di quanto fosse vero quello che mi dicevano gli anziani quando ero un giovane folletto: “non ti preoccupare, il vento cambia!” cominciavo a capire il significato di quelle parole.
Che strano ricordo vero? Forse lo avevo sognato davvero.
Il sole era quasi completamente calato, misi le mani in tasca, alzai il colletto del mio giubbotto, faceva freddo …
Stava cominciando a nevicare.
Dovevo affrettarmi rischiavo di perdermi in quel bosco, anche se non lo temevo più di tanto, ero in un bosco "amico", ero certo che alcune fate avrebbero vegliato su di me ... indicandomi con iloro segnali la strada giusta.
La stanza era scarsamente illuminata, pulita e arredata con semplicità e decoro. Dall'angolo meno illuminato si udivano singhiozzi, segnali di un pianto. Mi avvicino, cautamente. I miei occhi abituatisi alla semioscurità sono adesso in grado di farmi distinguere le forme. E' un uomo, seduto su una poltrona, le gambe alzate, tenute strette al petto da braccia forti,la testa appoggiata alle ginocchia. Era nella tipica posizione fetale che usalmente viene assunta quando si ha necessità di protezione. Credo che quell'uomo, in quel momento, ne avesse bisogno. Piangeva, non gli chiesi il perchè, non sarei stato in grado di consolarlo e forse avrei peggiorato il suo stato d'animo. Ma capii che il suo disagio non ero solo il motivo per cui piangeva,i suoi occhi erano al tempo stesso colmi di dolore e di tristezza ... e di vergogna di piangere. "Se piangi da bambino sei un viziato, se piangi da ragazzo sei un debole, se piangi da adulto sei un perdente", sussurrò interrotto dai singhiozzi. Penso che il pianto, a qualsiasi età sia una manifestazione, una richiesta, una necessità, mai una cosa di cui vergognarsi. Quell'uomo si vergognava di avere il coraggio di chiedere aiuto. A me non è mai mancato questo coraggio, e per fortuna ho avuto spesso degli angeli al mio fianco ad asciugarmi le lacrime.
Me ne stavo tranquillo seduto su una foglia, entrambi spinti dal vento verso una destinazione a noi sconosciuta, quando la mia attenzione (o curiosità ...) è stata colpita da una macchia colorata nel bel mezzo di un prato verde. Quanta vita intorno a quello che, avicinandomi avevo chiaramente individuato come il tendone di un circo. I grandi giocavano come bambini, i bambini lavoravano come i grandi, animali in ogni angolo. Tutti, comunque, sembravano sorridere. Quel luogo sembrava carino per potersi un pò soffermare a curiosare (lo dicevo io che era curiosità e non attenzione, per quanto sono distratto io ....). I rumori di tutte quelle attività si mescolavano ai mille odori che le stesse producevano. Orecchia e naso hanno faticato un pochino ad abituarsi, ma una volta fatto, tutto è sembrato essere anche più bello. Mi sono chiesto, vedendoli, come potessero i giocolieri riuscire a scambiarsi quella moltitudine di oggetti dalle forme più disparate senza mai perderne il controllo. Simpatici i clown che provavano le loro scenette, ricche di cadute a terra e scivoloni talmente reali che i ragazzini nelle vicinanze ridevano di gusto nonostante quelle scene le avessero già viste migliaia di volte. In un recinto, per la verità non molto grande, convivevano pacificamente due cammelli, una giraffa, due lama, ed alcune zebre (alternarsi di strisce bianche e nere non mi permetteva un conteeggio preciso...). Poco distante una grande gabbia (decisamente più spaziosa del recinto) con dentro una strana coppia: un uomo, in tuta da ginnastica di colore ... indefinito, di piccola statura, grassottello, con dei baffoni enormi che conpensavano l'assoluta mancanza di capelli, ed un leone nella sua maestosita, nella mole e nelle movenze. Vedondolo ti rendi conto del perchè è considerato il "re" degli animali. Non ha necessità di attaccarti, di impaurirti, solo la sua presenza, il suo sguardo incutono timore e non puoi far altro che inchinarti a lui riconoscendone la superiorità. Nonostante ciò, il piccolo uomo sembrava non averne paura, anzi, dei due era proprio lui ad avere il "comando". Che cosa ridicola quella frusta che l'uomo brandiva ritmicamente: credeva veramente che il leone temesse quell'oggetto ? Io credo che l'animale, dentro di se ridesse anche lui come stavo facendo io in quel momento .... una frusta cosa può essere in confronto alle avversità di una vita nella savana. Ma il "gioco" continuava, l'umano chiedeva, l'animale faceva, con rispetto ed ubbidienza. Quell'uomo, nonostante la sua convizione di comando e possesso, voleva sicuramente bene a quel leone, lo si vedeva da come lo guardava, da come gli parlava, come se l'animale potesse capire quello che gli veniva detto ... che scemo che sono! Certo che lo capiva, faceva solo finta di non riuscirci ... un gioco anche quello. Li ho osservati attentamente fino a che l'uomo non ha deciso che era l'ora di prendersi una pausa. Dato che per me è difficile farmi gli affari miei, mi avvicino all'uomo per chiedergli se pensasse veramente di avere il comando sul leone, e se, secondo lui, il suo compagno era contento di ciò che faceva. "certo che si!" fu pronto a rispondere come se quella domanda gli fosse già stata rivolta centinaia di volte ed avesse già elaborato una risposta "è con me fin da piccolo, aveva pochi mesi che fu prelevato dal suo branco, non può nemmeno ricordarsi delle sue origini. L'ho curato e cresciuto, l'ho amato e coccolato. E' stato molto più fortunato dei suoi fratelli che saranno finiti chissà dove. Quando aveva fame gli ho dato da mangiare, se aveva freddo un tetto, quando stava male ero vicino a lui. Stai tranquillo, è felicissimo di stare con me." Il suo entusiamo, le sue parole mi avevano quasi convinto. a pochi metri, il leone, aveva assistito a tutto ed ora mi stava osservando, la sua espressione sembrava volermi dire qualcosa. Cercai conferma e chiesi lui se si sentisse felice. "certo" anche lui sembrava avere la risposta pronta "come potrei non esserlo. Tutto quello che ti ha detto l'uomo è vero, non mi ha fatto mai mancare niente, nemmeno l'affetto quando ero ancora un cucciolo. Gli sono riconoscente, è per questo che fingo di temere la sua voce e quella sua buffissima frusta, crede di avermi domato e si sente realizzato, in realtà è solo una forma di rispetto nei suoi confronti. Si, amico folletto, sono felice". Però! Mi aveva quasi convinto anche lui, ma ... stavo per farmi riprendere dal vento quando mi sono voltato di scatto e sono tornato velocemente verso il leone, e l'ho guardato neglio occhi. Ho visto spazi immensi, alberi, animali, un cielo azzurrissimo ed un sole rosso. Non so se quei ricordi fossero consci o generati da una sorta di memoria genetica, ma le mie quasi convinzioni franarono del tutto. Il leone era contento, felice, stava bene .... ma quello non era il suo posto. Me lo hanno detto i suoi occhi.
Incuriosito, mi sono avvicinato al sole (l'ho potuto fare perchè le mie ali sono vere, mica un impiastro di penne e cera come quelle di quel pazzerello greco...). Volevo capire quanto luminoso e caldo potesse essere il suo influsso su di me annullando la distanza tra noi. Immaginavo che, così facendo, la mia forza interiore sarebbe aumentata. In effetti più mi avvicinavo e maggiori erano le sensazioni che provavo: la sua passione, sotto forma di calore, mi invadeva, la luce che emanava mi abbagliava costringendomi a chiudere gli occhi. Fino a che ho potuto, sono rimasto li a godermi tutto ciò, mi sono fatto trascinare dal suo amore dalla sua vitalità. Poi, però, mi sono dovuto allontanare per evitare che quell'eccesso di emozioni mi portasse oltre i limiti della sopportazione. Mi sono dovuto staccare da lui, con estrema fatica ma l'ho fatto, convinto comunque di fare la cosa giusta. Adesso lo guardo da lontano, continuo a sentire il suo calore anche se meno intenso di prima, i miei occhi non sono più abbagliati da così tanta luce, ma al suo passaggio, se i nostri sguardi si incrociano, ancora socchiudo gli occhi. Lo vedo, lo sento e sò che c'é.
E' stato, lo è, e sempre sarà la mia fonte di energia. La mia vita.
Un colpo di vento ha lasciato tra le mie mani una foglia che, ormai, lontana dal suo ramo, portava con se un messagio. Qualcuno, vi aveva infatti scritto sopra una breve poesia:
I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è la loro ombra soltanto Che trema nella notte Stimolando la rabbia dei passanti La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Essi sono altrove molto più lontano della notte Molto più in alto del giorno Nell'abbagliante splendore del loro primo amore (Jacques Prévert)
Mi piace quello che c'è scritto, perchè è ancora vivo in me quell' "abbagliante splendore", e specialemnte perchè ogni amore che ho avuto, per me è sempre stato un "primo" amore. E' bello baciarsi tra la gente, incurante dei loro giudizi, consapevoli della loro invidia. Vorrei non smettere mai di baciare, vorrei avere sempre accanto un angelo da baciare ....
Sotto i miei occhi una piacevolissima scena, uno di quei momenti per cui vale la pena fermarsi e starsene fermo a guardare. Un gruppo di bambini stava giocando su un prato verde, da un lato alcune femminucce ognuna con la sua bambola, intente a fare le "donnine". Alcune alle prese con coloratissimi vestitini, altre che armeggiavano in piccole cucine giocattolo. I maschietti, poco lontano, imbracciavano le loro mega pistole spaziali, multicolori e dotate di effetti sonori incredibili. Si rincorrevano inneggiando a personaggi a me sconosciuti. Le loro gioiose grida riempivano l'aria, le bimbe intanto ridevano di loro non comprendendo tutta quella strana attività. Una mamma li chiama a raccolta, c'è la merenda da fare. Uffà ! sembrano pensare sia gli uni che le altre, ci stavamo divertendo ... facciamo presto e ricominciamo. Nella frenesia, uno dei bambini cade a terra, scoppia a piangere; mi avvicino, niente di grave, solo una sbucciatura al ginocchio, un pò di sangue di colore rosso, rosso vivo. Improvviso un forte colpo di vento, si alza un pò si sabbia, chiudo gli occhi. Pochi secondi, sento che la folata è cessata e li riapro, non sono più nel posto in cui ero prima, non devo aver fatto molta strada in così poco tempo, ma non importa, ci sono ancora i bambini, non gli stessi, ma ci sono. Il prato non è più così verde, ma per il resto tutto sembra uguale: bambine da una parte con le loro bambole, i loro vestitini (come per il prato meno colorati dei precedenti) e le loro pentole, dall'altro i maschi a correre e rincorrersi imbracciando le loro armi ... ed anche queste meno colorate ma molto, molto più rumorose (almeno quello!). Stesse grida, stessi movimenti, forse meno goliardia, meno gioia nei loro occhi, sono comunque bambini che giocano. Simpatica coincidenza anche adesso un maschietto cade a terra, ed anche in questa occasione esce del sangue, rosso, rosso vivo. Strano però, il bimbo non si rialza, e nessuno si cura di lui, non accorre la sua mamma e nemmeno i compagni di gioco. Il sangue aumenta, è ormai una pozza, ed è rosso, rosso vivo. Mi avvicino, vediamo se posso essere di aiuto. Ehi bambino alzati, i tuoi compagni ti stanno aspettando, forza non è niente, sarà la solita sbucciatura. Non mi risponde, non mi guarda, eppure sento un pianto insistente, anzi più di uno, che provengono dalla zona dove giocano le bambine, mi volto verso di loro e mi accorgo che quelle che pensavo fossero bambole sono, invece, bambini, anch'essi. Bambine, piccole, che si curano di bambini più piccoli di loro... Anche il fucile, accanto al bimbo, è molto realistico ... lo tocco, è vero, non è un giocattolo. Gli altri bambini non stanno giocando alla guerra ... la stanno facendo, e questo bambino, a terra accanto a me, non credo potrà rialzarsi per continuare a farla... Ma che stà succedendo ? Dove sono capitato ? Cosa hanno di diverso questi bambini dagli altri che avevo incontrato prima e che distano solo pochi secondi di volo da qui ? Non hanno niente di diverso, sono bambini, piccoli, innocenti, ingenui, con occhi che esprimono solo voglia di vivere. A guardar bene una differenza ci sarebbe, ma non posso credere che possa essere questo il motivo di sittanta disparità: questi bambini, diversamente dagli altri, hanno la pelle nera, anche se il loro sangue è ugualmente rosso, rosso vivo. Non riesco a trattenere le lacrime, mi sento impotente. Ma non resterò a guardare.
Nel mio vorticoso viaggiare, ho incontrato una creatura veramente speciale. Come al solito, pigramente, mi lasciavo trasportare dalla brezza marina, quando da lontano ho visto lei, una libellula che, a dispetto della sua figura esile e fragile, stava dimostrando una incredibile forza nel voler assolutamente volare controvento. Uno sguardo, poche parole, sufficienti però a farci capire un immmensità di cose. Il fato, che fino ad un certo momento della sua vita le era sempre stato amico, improvvisamente le aveva voltato le spalle ed aveva tentato di strapparle quelle bellissime ali che aveva. Ma lei era riuscita a ribellarsi ed aveva così intrapreso questo cammino. A volte le venivano a mancare la forze ed il vento la riportava al punto di partenza, ma lei, testardamente, ricominciava dall'inizio, ripercorrendo strade già fatte, ma sempre a testa alta e con sguardo fiero. Mi è passata accanto, era bellissima, è stato un attimo, giusto il tempo affinchè lei mi potesse sussurrare un "grazie, mi sei stato di aiuto!" Ma cosa ??? Io di aiuto a lei ??? Grazie ??? Come può non essersi resa conto che quello che ha guadagnato da questo fugace incontro sono io? Possibile che non abbia capito che la sua forza e la sua determinazione mi hanno contagiato? Grazie a te, dolce libellula, continua per la tua strada, che è quella giusta, ti auguro buona fortuna. Spero che un giorno i nostri venti si incrocino di nuovo, sappi comunque che da oggi hai un amico in più.
Come tutti i Folletti, sono un pò dispettoso, ma odio la noia e la tristezza.
Essendo una "creatura del vento", adoro farmi trasportare dalla brezza leggera alla scoperta del mondo che mi circonda.
La mia principale mansione è quella di trattenere i fanciulli nelle loro case quando, a loro insaputa, si stà avvicinando una bufera