sabato 25 dicembre 2021

Rudolph



 

Nel villaggio, una notte di tanti anni fa, la Grande Renna diede alla luce nove cuccioli.

La stalla dove abitavano si riempiva tutti i giorni di bambini perché vederle giocare tra di loro era veramente divertente, erano nove piccole renne tenerissime e dolcissime.

Pensate che venivano anche dai villaggi vicini per dare loro da mangiare e per coccolarle un po.

Dopo circa una settimana che erano nate fu dato loro anche un nome:


Comet (Cometa): perché correva da un lato all’latro della stalla e poi si nascondeva,

Dancer (Ballerina): perchè stava tutto il giorno a ballare,

Dasher (Fulmine): che si divertiva a nascondersi e poi spuntava all’improvviso per impaurirti,

Prancer (Donnola): era la più piccola ed esile,

Vixen (Freccia): perché nella corsa non lo batteva nessuno,

Donder (Saltarello): amava saltare sopra le cose … anche sui suoi fratelli e sulle sue sorelle!

Blitzen (Donato): il perché di questo nome è curioso, era infatti il nome del nonno del folletto che decise come chiamarlo: disse che era sempre raffreddato e che starnutiva proprio come suo nonno!

Cupido (Cupid): l’eterna innamorata, sempre con la testa tra le nuvole.

 

E poi c’era Rudolph: come Rodolfo Valentino, una renna bellissima ma che aveva però una particolarità che la rendeva oggetto di continui scherzi da parte di tutti gli altri: aveva il naso grosso, rosso e luminoso.

Non si sa perché fosse così, ma era veramente buffa tant’è che inizialmente volavano tutti chiamarla Lamp (Lampadina) per via di quel naso.

Rudolfh se ne stava sempre un po’ in disparte e, per la vergogna, preferiva tenere sempre la testa dentro una coperta.

Un giorno Donder convinse tutti gli altri ad uscire dalla stalla ed avventurarsi nel bosco senza la loro Mamma Renna; chi era d’accordo e chi non lo era, chi era incuriosito e chi era timoroso di farlo, alla fine però tutti decisero di  partire.

Si allontanarono troppo dal villaggio e quando calò il sole si ritrovarono improvvisamente nel buio più completo del fitto bosco senza nemmeno conoscere la strada del ritorno.

Potete immaginare i pianti! Un po’ per la paura, un po’ per la marachella che avevano combinato e consci che Mamma Renna li avrebbe sicuramente sgridati.

Come se non fosse bastato calò anche la nebbia …  

Ad un certo punto Rudolfh vide la sorellina Prancer che stava tremando come una foglia, era così piccola e magra ed il freddo era veramente tanto. Decise di togliersi la sua inseparabile copertina dalla testa per coprirla e … il suo naso, grande e rosso illuminò quasi a giorno il bosco e, finalmente, il sentiero che li avrebbe riportati al villaggio tornò ad essere visibile.

Si incamminarono e riuscirono a ritrovare facilmente la stalla evitando di dover passare la notte al freddo; non evitarono, però, i rimproveri di Mamma Renna che li mise tutti in castigo per diversi giorni.

La storia delle nove renne perse nel bosco, che ritrovarono la via del ritorno grazie al buffo naso di una di esse, venne sentita da un Elfo di passaggio: lui veniva da molto lontano, da un paese del nord dove dicono ci sia sempre la neve … brrrr.

Era un Elfo che lavorava per Babbo Natale, uno di quelli che costruiscono i regali per i bambini ed appena rientrato nella sua casa andò subito da Babbo Natale a raccontargli cosa era successo nel nostro villaggio.

Babbo Natale decise che Rudolfh doveva essere la sua Renna Guida, con lui non avrebbero più rischiato di perdersi nelle buie e fredde notti  di Natale; si vestì in fretta (avendo poca fantasia ed un guardaroba poco vario optò per un abito … rosso) e si presentò al villaggio chiedendo di poter andare a vedere le renne.

Appena entrato nella stalla tutte gli corsero incontro: era un onore poter trainare la slitta di Babbo Natale, un sogno per tutte le renne del mondo.

Tutte, tranne Rudolfh, nascosto dietro una balla di fieno con la testa dentro la coperta.

Oh, Oh, Oh “gridò Babbo Natale “perché ti nascondi Rudolfh? Sono venuto per te!”

Spiegò a Mamma Renna quali erano i suoi intenti e lei fu ben lieta di convincere Rudolfh ad accettare. Lui però, vedendo i suoi fratelli e le sue sorelle, belare come pecore perché speravano di poter far loro parte della muta di Babbo Natale, chiese al grande vecchio vestito di rosso di poter prendere tutti con se e che da quel momento sarebbero stati proprio loro nove a trainare la sua slitta volante.

Da quel giorno, Babbo Natale non si perse più nei cieli e, grazie al naso luminoso di Rudolfh, riuscì sempre a consegnare i doni a tutti i bambini nella notte di Natale.

Ognuno dovrebbe avere sempre il “suo” Rudolfh che ti guida nel buio e ti riporta sempre sulla giusta via.

 

Grazie a Sciarada, quale organizzatrice di questo Avvento e a tutti coloro che hanno partecpato

mercoledì 23 dicembre 2020

La tregua di Natale

 


Sono passati più di cento anni, ma certe storie ci vengono ancora raccontate dai grandi saggi nelle notti buie e fredde che precedono il Natale.

Cento anni … nemmeno i nostri saggi le hanno vissute in prima persona queste storie, anche loro le hanno ascoltate ed apprezzate in notti come queste, dai loro nonni.

Oggi vanno d’accordo (almeno sembra), ma cento anni fa Elfi ed Orchi non si potevano vedere!

"Che ridicole orecchia a punta!"

"Belle quelle zanne!"

"Ma perché non ti leghi i capelli?"

"Ma perchè non dimagrisci un po'"

"Stecchino!"

"Ciccione!"

Erano veramente insopportabili, ma purtroppo non si fermarono alle parole … stuzzica oggi, stuzzica domani, alla fine uno un po' più agitato degli altri lanciò la prima pietra e da quel momento i due popoli entrarono in una guerra, di cui dopo qualche anno dimenticarono anche il motivo di origine, che però non risparmiò proprio nessuno.

E come in tutte le "grandi" guerre, gli altri popoli decisero di prendere le parti di uni o degli altri … spesso senza sapere nemmeno il perché.

Per anni nel bosco non vi fu altro che guerra, finchè un giorno le opposte fazioni si ritrovarono a fronteggiarsi su una radura: non c'era niente di importante in quella radura, non c'erano alberi da frutta, non c'era acqua, solo erba, un grande prato incolto.

Elfi, e loro alleati, su un lato che scagliavano con le fionde grandi pietre contro gli Orchi che, sull'altro lato con i loro amici, lanciavano anch'essi tutto ciò che si trovavano per le mani.

Non c'era un vincitore, non c'era un vinto e nemmeno ci saranno stati in futuro ...

Ma una notte, mentre Elfi, Orchi, Gnomi, Fate, Folletti, Maghi, dormivano nascosti dietro gli alberi e grandi rocce, coperti di niente e sofferenti per il freddo e le ferite, qualcuno, non si è mai saputo chi, cominciò a cantare una canzone di Natale.

Era il 24 dicembre e quell'improvvisato cantante, pensando ai suoi cari che il giorno dopo si sarebbero riuniti per uno dei più tristi Natali della loro storia, cercò di tirarsi su di morale intonando le canzoncine che aveva imparato da bambino.

Alla sua voce se ne aggiunse presto un'altra, poi un'altra, ed un altra ancora; in breve tempo tutti cominciarono a cantare e per un momento fu come se la guerra non ci fosse mai stata.

A fare cornice a quelle note, il sole spuntò dietro la montagna e la luce invase quella inutile radura.

Uno, forse il "cantante" o forse no, forse un Elfo o forse un Orco, decise di uscire allo scoperto e con in mano una logora e sporca sciarpa, si incammino verso il centro della radura ed una volta raggiunto, si sedette.

Dall'altro schieramento qualcuno decise di lasciare il suo nascondiglio e di raggiungere il primo per sedersi accanto a lui: in mano teneva un cappello (o quello che ne rimaneva).

I due si scambiarono i "regali", si abbracciarono, si commossero, poi si sedettero nuovamente a terra e ripresero a cantare.

Sia da una parte che da l'altra, uno alla volta, fino all'ultimo, tutti uscirono e, lasciate a terra le loro armi, si diressero verso i due compagni, vi fu un enorme abbraccio collettivo, tante strette di mano, scambi di oggetti di scarsissimo valore ma di grande significato.

Addirittura uno tirò fuori un pallone e fu organizzata una partita di calcio che durò tutta la giornata, fino a che il sole illuminò la radura … poi ognuno se ne tornò da dove era venuto, Natale era finito, domani ricominciava la guerra!

Sembra una storia, ma i saggi dicono che è successo veramente!

Io non so … è veramente strana come storia …

Comunque, BUON NATALE !

 

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Era la notte del 24 dicembre 1914 membri delle truppe tedesche e britanniche  schierate sui lati opposti del fronte presero a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, e occasionalmente singoli individui attraversarono le linee per portare doni ai soldati schierati dall'altro lato; il giorno di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche e britanniche lasciarono spontaneamente le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo e souvenir. Oltre a celebrare comuni cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti, i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli tra di loro al punto di organizzare improvvisate partite di calcio.

 

 



 

 

martedì 14 gennaio 2020

Ma come fai?








A quanto pare il cielo ha ancora bisogno di stelle ...

Ancora una volta mi sono sentito chiedere: "Ma vale la pena? Ma come fai? Ci si abitua?"

Mi è allora tornato in mente un post vecchio di oltre 4 anni cher ripropongo perchè

- si, vale sempre la pena

- non lo so come faccio

- no, non ci si abitua, mai!


PARTENZE


E' come stare seduti sulla panchina di una stazione ferroviaria: nascosto dietro un naso rosso (anche quando non fa freddo) ed un vestito dai colori forse troppo vistosi.

Ti passano davanti, ti salutano, alcuni, ... troppi ..., si fermano a parlare con te (o te a parlare con loro).

Temono il viaggio, sanno che partire significa lasciare.

Aspettiamo il treno insieme, scambiando quattro chiacchere, scherzando e ridendo come fossimo amici da una vita, ma ci siamo appena conosciuti.

Non riescono a sorridere, invece, gli accompagnatori; loro no, loro ci guardano e fingono allegria, sorrisi che nascondono una gran voglia di piangere.

Chi parte lascia, ma sa di essere all'inizio di un viaggio che lo porterà chissà dove, ma chi resta ... lascia e basta.

Strano: speri che il treno sia in ritardo, magari che un guasto lo fermi, anche solo per un po ... magari che non riparta più. Invece arriva troppo spesso e con troppo poco ritardo.

La frenata è rumorosa, stridula ... fastidiosa, le porte si aprono e li aiuti a salire, a fare attenzione ai gradini, gli porgi le loro valige, pesanti, piene di ricordi.

Vorresti stare li a salutarli tutti, vedere le loro mani agitarsi ai finestrini, ma capisci che tu eri li solo casualmente seduto sulla quella panchina, è giusto che i saluti li facciano gli accompagnatori che li hanno portati fin li ... e ti senti di troppo ... e cambi panchina per non incrociare i loro sguardi, come fossi un ladro ....

Di ognuno di loro ti resta solo il nome ed un sorriso.

E così ti domandi se valga la pena continuare a sedersi su quella panchina, con quel naso rosso e con quei buffi vestiti ... a vedere partire così tanti viaggiatori sapendo che non torneranno sui loro passi; sono pochi quelli che decidono di non salire su quel treno, ma chi lo fa, lo fa per sempre.

Poi, all'improvviso ti arriva un messaggio, da un "accompagnatore", uno dei tanti che hai visto alla stazione, uno di quelli che sicuramente l'ultima cosa che ti hanno chiesto è stata "... perchè?".

... uno di quelli ai quali non hai saputo dare una risposta ...

Leggi il messaggio, riga dopo riga,  parola dopo parola, lo rileggi. 

Si, ne valeva la pena ...


lunedì 30 dicembre 2019

Il passato è passato?




La stanza è abbastanza spaziosa ed a terra un tappeto morbido la rende particolarmente confortevole e alcune lampade ad olio la illuminano amabilmente.

Dieci giovanissimi folletti stanno giocando tra loro, ancora non sanno parlare ma sembra che riescano ad intendersi come se sapessero già farlo e non sono nemmeno ancora in grado di camminare, nonostante questo si muovono tranquillamente gattonando.

Al centro della stanza una candela accesa: quella fiammella che cambia colore e forma in continuazione attira l’attenzione dei piccoli che mai avevano visto una simile “magia”.

Uno dei folletti, sicuramente il più curioso dei dieci, vi si avvicina e con la manina cerca di prenderla ma nel momento in cui sta quasi per toccarla, quello che inizialmente era un piacevole tepore diventa un fastidiosissimo bruciore che lo costringe a ritirare il braccio.

Un attimo di stupore poi il pianto e le lacrime.

Gli altri folletti, che avevano assistito alla scena, vedendo il compagno piangere, iniziarono tutti a ridere avvicinandosi, anch’essi, alla candela.

Un altro di loro cerca di toccare la fiamma ma il risultato è lo stesso: bruciore e pianto.

Adesso sono due i piccoli che piangono ed otto che invece se la ridono, ma questo non li ferma, un terzo, poi un quarto ed un quinto toccano la fiammella e come chi li aveva preceduti scoppiano a piangere.

Adesso è rimasto uno solo a ridere attratto dalla candela e nonostante tutti gli altri, dopo aver toccato la fiamma, stiano adesso piangendo anche lui decide di allungare la mano ed anche lui fa l’esperienza del fuoco.

Adesso i piccoli folletti hanno smesso di lamentarsi e si guardano l’un l’altro, si sorridono, si avvicinano nuovamente alla candela, stavolta a debita distanza, osservano con curiosità i movimenti della fiamma, adesso stretta e lunga, ora larga e corta, soffiandoci un po’ si sposta anche lateralmente.

Non sentono più la “bua” ma non hanno dimenticato che quella magia colorata è tanto bella quanto pericolosa: hanno fatto una nuova esperienza, un’emozione del passato che continueranno a rivivere nel loro futuro.


Perdere il passato significa perdere il futuro.
(Wang Shu)








mercoledì 25 dicembre 2019

Fata Carina


Un saluto a tutti coloro che hanno partecipato a questo splendido Avvento ed un augurio di buion Natale.

Ecco al mia finestrella:



Li avevano avvertiti!

" Tra pochi giorni avverrà qualcosa di magico e bello che coinvolgerà tutti gli abitanti del bosco. Ai grandi porterà pace, per i più piccoli sarà invece un momento di gioia. Non importa se siete gnomi, folletti, fate, elfi,  trolls o animali, l'evento coinvolgerà tutti e tutti vi potranno partecipare."

Erano stati chiari e precisi!

"Informate gli abitanti di ogni bosco che conoscete e dite ai loro di spargere più possibile la lieta notizia. Nessun bosco, nessun suo abitante, dovrà mancare all'evento. Tutti, ma proprio tutti, lo devono sapere per tempo."

Avevano dato anche qualche consiglio!

"Affinchè sia facilmente riconoscibile, rendete il vostro bosco bello e luminoso: davanti ad ogni abitazione mettete un alberello e chiedete alle lucciole di illuminarlo per tutta la notte: sarà li che i piccoli, al mattino, troveranno sorprese e raglali."

Il problema fu però un altro: tutti furono presi dalla frenesia e cominciarono a prepararsi per i festeggiamenti, il villaggio fu tirato a lucido, non era mai stato così bello, pulito, colorato e luminoso. Davanti ad ogni porticina era stato messo un simpatico alberello e tutte le sere, come richiesto, le lucciole danzavano intorno ai rami, instancabilmente, per tutta la notte.

E poi tutti cantavano, tutti ridevano, tutti erano gentili e felici. Ma nessuno si era ricordato di avvisare gli abitanti degli altri boschi vicini … nella concitazione dei preparativi nessuno si era ricordato che l'evento doveva essere annunciato e condiviso.

Mancava solo una notte, domani sarebbe stato il giorno!

I vecchi saggi si riunirono d'urgenza senza però riuscire  a trovare il modo per contattare, in una sola notte, tutti gli abitanti degli altri boschi:  nemmeno il più veloce dei cavalli sarebbe riuscito, in così poco tempo, a raggiungerli.

"Se non riusciamo ad andare noi da tutti loro, facciamo in modo che siano loro a venire da noi: troveranno il nostro villaggio già addobbato, con le luci,  con i colori e festeggeranno assieme a noi"

"L'idea non è male, ma come facciamo a chiamare tutti ed a convincerli a venire qui da noi?"

Erano saggi, ma anche loro avevano dei limiti … quei limiti che i più piccoli invece non hanno e che sono annullati  dalla fantasia: non molto distante, nascosto dietro una roccia, un piccolo folletto aveva assistito alla discussione e, capito il momento di stallo, decise di intervenire:
                                                                                                                              
"Se creassimo una luce nel cielo, più grande e più luminosa di una stella, questa potrebbe attirare l'attenzione degli abitanti degli altri boschi. Se poi questa luce la facessimo correre nella notte fino al nostro villaggio, tutti potrebbero seguirla ed arriverebbero in tempo per festeggiare insieme a noi"

Ai saggi non piace che le idee vengano agli altri ….

"Siamo abitanti del bosco, mica maghi! Come potremmo creare questa "meravigliosa" luce?"
                                                                                                                                                        
So io come fare, disse il folletto, seguitemi e vi porterò da chi può aiutarci.

Il gruppetto camminò nel bosco fino ad una piccola grotta all'ingresso della quale il piccolo folletto si fermò ed iniziò a chiamare:

"Carina! Carina dove sei"

È una mia amica, disse rivolgendosi ai saggi strizzando l'occhio, Carina è il suo nome ed è una fata che …

In quel momento dall'oscurità usci la fatina e tutti rimasero a bocca aperta. Il perché si chiamasse Carina non sfuggi a nessuno, ma quello che era ancor più sbalorditivo era l'accecante bagliore che usciva dai suoi occhi, due stelle, due diamanti, due fari nella più buia delle notti …

Il folletto parlò per pochi minuti all'orecchio della fatina poi lei lo guardò, gli sorrise e con un cenno del capo annuì.

La videro sparire tra le folte chiome degli alberi per poi rivederla comparire molto più in alto nel cielo; era veramente la più bella e la più luminosa di tutte le stelle.

Vagò per tutta la notte, si fermava sopra un villaggio, attirava l'attenzione degli abitanti e li accompagnava da noi, poi via, verso un altro bosco.

Già alle prime ore del mattino era riuscita a portarli tutti e per magia sotto gli alberelli furono trovati regali e sorprese per i più piccoli, da ovunque loro arrivassero.

Finalmente erano tutti insieme per fare festa.

Finalmente era Natale.

Grazie Fata Carina, sarei sempre la nostra Cometa.




(Alcuni studi ci indicano le comete come "portatrici di vita" in quanto nelle polveri che caratterizzano le "code" sono state individuate molecole organiche … chissà se è vero,  comunque sia, quando una "cometa" appare nel tuo cielo, è sempre per portarti "vita".)