martedì 14 gennaio 2020

Ma come fai?








A quanto pare il cielo ha ancora bisogno di stelle ...

Ancora una volta mi sono sentito chiedere: "Ma vale la pena? Ma come fai? Ci si abitua?"

Mi è allora tornato in mente un post vecchio di oltre 4 anni cher ripropongo perchè

- si, vale sempre la pena

- non lo so come faccio

- no, non ci si abitua, mai!


PARTENZE


E' come stare seduti sulla panchina di una stazione ferroviaria: nascosto dietro un naso rosso (anche quando non fa freddo) ed un vestito dai colori forse troppo vistosi.

Ti passano davanti, ti salutano, alcuni, ... troppi ..., si fermano a parlare con te (o te a parlare con loro).

Temono il viaggio, sanno che partire significa lasciare.

Aspettiamo il treno insieme, scambiando quattro chiacchere, scherzando e ridendo come fossimo amici da una vita, ma ci siamo appena conosciuti.

Non riescono a sorridere, invece, gli accompagnatori; loro no, loro ci guardano e fingono allegria, sorrisi che nascondono una gran voglia di piangere.

Chi parte lascia, ma sa di essere all'inizio di un viaggio che lo porterà chissà dove, ma chi resta ... lascia e basta.

Strano: speri che il treno sia in ritardo, magari che un guasto lo fermi, anche solo per un po ... magari che non riparta più. Invece arriva troppo spesso e con troppo poco ritardo.

La frenata è rumorosa, stridula ... fastidiosa, le porte si aprono e li aiuti a salire, a fare attenzione ai gradini, gli porgi le loro valige, pesanti, piene di ricordi.

Vorresti stare li a salutarli tutti, vedere le loro mani agitarsi ai finestrini, ma capisci che tu eri li solo casualmente seduto sulla quella panchina, è giusto che i saluti li facciano gli accompagnatori che li hanno portati fin li ... e ti senti di troppo ... e cambi panchina per non incrociare i loro sguardi, come fossi un ladro ....

Di ognuno di loro ti resta solo il nome ed un sorriso.

E così ti domandi se valga la pena continuare a sedersi su quella panchina, con quel naso rosso e con quei buffi vestiti ... a vedere partire così tanti viaggiatori sapendo che non torneranno sui loro passi; sono pochi quelli che decidono di non salire su quel treno, ma chi lo fa, lo fa per sempre.

Poi, all'improvviso ti arriva un messaggio, da un "accompagnatore", uno dei tanti che hai visto alla stazione, uno di quelli che sicuramente l'ultima cosa che ti hanno chiesto è stata "... perchè?".

... uno di quelli ai quali non hai saputo dare una risposta ...

Leggi il messaggio, riga dopo riga,  parola dopo parola, lo rileggi. 

Si, ne valeva la pena ...


lunedì 30 dicembre 2019

Il passato è passato?




La stanza è abbastanza spaziosa ed a terra un tappeto morbido la rende particolarmente confortevole e alcune lampade ad olio la illuminano amabilmente.

Dieci giovanissimi folletti stanno giocando tra loro, ancora non sanno parlare ma sembra che riescano ad intendersi come se sapessero già farlo e non sono nemmeno ancora in grado di camminare, nonostante questo si muovono tranquillamente gattonando.

Al centro della stanza una candela accesa: quella fiammella che cambia colore e forma in continuazione attira l’attenzione dei piccoli che mai avevano visto una simile “magia”.

Uno dei folletti, sicuramente il più curioso dei dieci, vi si avvicina e con la manina cerca di prenderla ma nel momento in cui sta quasi per toccarla, quello che inizialmente era un piacevole tepore diventa un fastidiosissimo bruciore che lo costringe a ritirare il braccio.

Un attimo di stupore poi il pianto e le lacrime.

Gli altri folletti, che avevano assistito alla scena, vedendo il compagno piangere, iniziarono tutti a ridere avvicinandosi, anch’essi, alla candela.

Un altro di loro cerca di toccare la fiamma ma il risultato è lo stesso: bruciore e pianto.

Adesso sono due i piccoli che piangono ed otto che invece se la ridono, ma questo non li ferma, un terzo, poi un quarto ed un quinto toccano la fiammella e come chi li aveva preceduti scoppiano a piangere.

Adesso è rimasto uno solo a ridere attratto dalla candela e nonostante tutti gli altri, dopo aver toccato la fiamma, stiano adesso piangendo anche lui decide di allungare la mano ed anche lui fa l’esperienza del fuoco.

Adesso i piccoli folletti hanno smesso di lamentarsi e si guardano l’un l’altro, si sorridono, si avvicinano nuovamente alla candela, stavolta a debita distanza, osservano con curiosità i movimenti della fiamma, adesso stretta e lunga, ora larga e corta, soffiandoci un po’ si sposta anche lateralmente.

Non sentono più la “bua” ma non hanno dimenticato che quella magia colorata è tanto bella quanto pericolosa: hanno fatto una nuova esperienza, un’emozione del passato che continueranno a rivivere nel loro futuro.


Perdere il passato significa perdere il futuro.
(Wang Shu)








mercoledì 25 dicembre 2019

Fata Carina


Un saluto a tutti coloro che hanno partecipato a questo splendido Avvento ed un augurio di buion Natale.

Ecco al mia finestrella:



Li avevano avvertiti!

" Tra pochi giorni avverrà qualcosa di magico e bello che coinvolgerà tutti gli abitanti del bosco. Ai grandi porterà pace, per i più piccoli sarà invece un momento di gioia. Non importa se siete gnomi, folletti, fate, elfi,  trolls o animali, l'evento coinvolgerà tutti e tutti vi potranno partecipare."

Erano stati chiari e precisi!

"Informate gli abitanti di ogni bosco che conoscete e dite ai loro di spargere più possibile la lieta notizia. Nessun bosco, nessun suo abitante, dovrà mancare all'evento. Tutti, ma proprio tutti, lo devono sapere per tempo."

Avevano dato anche qualche consiglio!

"Affinchè sia facilmente riconoscibile, rendete il vostro bosco bello e luminoso: davanti ad ogni abitazione mettete un alberello e chiedete alle lucciole di illuminarlo per tutta la notte: sarà li che i piccoli, al mattino, troveranno sorprese e raglali."

Il problema fu però un altro: tutti furono presi dalla frenesia e cominciarono a prepararsi per i festeggiamenti, il villaggio fu tirato a lucido, non era mai stato così bello, pulito, colorato e luminoso. Davanti ad ogni porticina era stato messo un simpatico alberello e tutte le sere, come richiesto, le lucciole danzavano intorno ai rami, instancabilmente, per tutta la notte.

E poi tutti cantavano, tutti ridevano, tutti erano gentili e felici. Ma nessuno si era ricordato di avvisare gli abitanti degli altri boschi vicini … nella concitazione dei preparativi nessuno si era ricordato che l'evento doveva essere annunciato e condiviso.

Mancava solo una notte, domani sarebbe stato il giorno!

I vecchi saggi si riunirono d'urgenza senza però riuscire  a trovare il modo per contattare, in una sola notte, tutti gli abitanti degli altri boschi:  nemmeno il più veloce dei cavalli sarebbe riuscito, in così poco tempo, a raggiungerli.

"Se non riusciamo ad andare noi da tutti loro, facciamo in modo che siano loro a venire da noi: troveranno il nostro villaggio già addobbato, con le luci,  con i colori e festeggeranno assieme a noi"

"L'idea non è male, ma come facciamo a chiamare tutti ed a convincerli a venire qui da noi?"

Erano saggi, ma anche loro avevano dei limiti … quei limiti che i più piccoli invece non hanno e che sono annullati  dalla fantasia: non molto distante, nascosto dietro una roccia, un piccolo folletto aveva assistito alla discussione e, capito il momento di stallo, decise di intervenire:
                                                                                                                              
"Se creassimo una luce nel cielo, più grande e più luminosa di una stella, questa potrebbe attirare l'attenzione degli abitanti degli altri boschi. Se poi questa luce la facessimo correre nella notte fino al nostro villaggio, tutti potrebbero seguirla ed arriverebbero in tempo per festeggiare insieme a noi"

Ai saggi non piace che le idee vengano agli altri ….

"Siamo abitanti del bosco, mica maghi! Come potremmo creare questa "meravigliosa" luce?"
                                                                                                                                                        
So io come fare, disse il folletto, seguitemi e vi porterò da chi può aiutarci.

Il gruppetto camminò nel bosco fino ad una piccola grotta all'ingresso della quale il piccolo folletto si fermò ed iniziò a chiamare:

"Carina! Carina dove sei"

È una mia amica, disse rivolgendosi ai saggi strizzando l'occhio, Carina è il suo nome ed è una fata che …

In quel momento dall'oscurità usci la fatina e tutti rimasero a bocca aperta. Il perché si chiamasse Carina non sfuggi a nessuno, ma quello che era ancor più sbalorditivo era l'accecante bagliore che usciva dai suoi occhi, due stelle, due diamanti, due fari nella più buia delle notti …

Il folletto parlò per pochi minuti all'orecchio della fatina poi lei lo guardò, gli sorrise e con un cenno del capo annuì.

La videro sparire tra le folte chiome degli alberi per poi rivederla comparire molto più in alto nel cielo; era veramente la più bella e la più luminosa di tutte le stelle.

Vagò per tutta la notte, si fermava sopra un villaggio, attirava l'attenzione degli abitanti e li accompagnava da noi, poi via, verso un altro bosco.

Già alle prime ore del mattino era riuscita a portarli tutti e per magia sotto gli alberelli furono trovati regali e sorprese per i più piccoli, da ovunque loro arrivassero.

Finalmente erano tutti insieme per fare festa.

Finalmente era Natale.

Grazie Fata Carina, sarei sempre la nostra Cometa.




(Alcuni studi ci indicano le comete come "portatrici di vita" in quanto nelle polveri che caratterizzano le "code" sono state individuate molecole organiche … chissà se è vero,  comunque sia, quando una "cometa" appare nel tuo cielo, è sempre per portarti "vita".)


domenica 1 dicembre 2019

Principessa




Quando ero piccolo chiedevo sempre che mi venisse raccontata una favola, la mia preferita, che ancora oggi, ogni tanto, ripeto mentalmente. 

C’era una volta un reame” (anche nel bosco le favole iniziano cosi e terminano con il classico “... e vissero felici e contenti!”, non eccelliamo in fantasia nemmeno noi) “nel castello vivevano il Re, la Regina ed una bellissima Principessa” (e chi se non loro?).

Ovviamente vicino al castello c'era un bosco ed ovviamente il Re e la Regina avevano vietato alla Principessa di addentrarcisi (ma nessuno ha mai capito che più una cosa viene vietata e più la si fa?).
Un giorno la Principessa, pur sapendo di non poterlo fare, o forse proprio per quello, si allontanò dal castello e decise di entrare in quella esplosione di vegetazione che lei, fino ad allora, aveva visto solo da molto lontano.

Piante, fiori, animali, tutte esperienze nuove per lei, non aveva neppure immaginato potesse esserci tanta vita dentro quel bosco e, a differenza di quanto le era stato raccontato da sempre, era bellissimo e non sembrava esserci alcun pericolo.

La curiosità la spinse però un po' troppo lontano dal castello e quando si voltò per tornarvi si accorse di non sapere più dove effettivamente fosse. Non si perse d'animo, non lo faceva mai, e decise di prendere una direzione, quella che le sembrava essere la più corretta per tornare a casa.
Mentre camminava, per niente intimorita, arrivò ad una radura al centro della quale un piccola capanna con un camino fumante.

Qualcuno doveva essere dentro e si avvicinò per chiedere indicazioni, ma decise che sarebbe stato meglio non dire che era la Principessa … meglio evitare, in fondo chissà chi abitava in quella capanna.

(Qui ci sarebbe potuto essere un colpo di scena dicendo che dentro la capanna c'era un fabbro … ed invece, essendo in bosco il nostro personaggio era un banale boscaiolo … avevo anticipato che anche noi a fantasia siamo scarsi …)

"Mi scusi, è permesso?" la porta era aperta ma sarebbe stato maleducato entrare.
"Certo che puoi entrare, non mi dire che ti sei persa nel bosco?" la voce dall'interno era rassicurante.

"Beh, proprio persa no …" bella e coraggiosa la Principessa, ma anche orgogliosa e non avrebbe mai ammesso di essersi smarrita.

"Ah, allora è la curiosità che ti ha spinto fino a qui!" il boscaiolo nel frattempo si era avvicinato a lei, l'aveva fatta sedere affinchè si riposasse un po' e le aveva anche dato un bicchiere di acqua fresca.

Non era uno dei tanti Principi a cui lei era abituata, spettinato, un po' sporco e con le mani callose, ma era simpatico ed ispirava fiducia.

"Immagino che tu venga dal reame al confine con questo bosco, ci stavo proprio andando per riprendere alcuni strumenti che ho lasciato al fabbro perché li affilasse" (ecco che spunta il fabbro!)
"Se vuoi, ma solo se vuoi, possiamo andare insieme, sono  solo pochi minuti di camminata e potremmo farci reciprocamente compagnia, sono sempre da solo e non mi dispiacerebbe affatto poter fare il tragitto almeno una volta con qualcuno".

Era una persona gentile, per non far pesare alla Principessa il fatto che si era persa (perché si era veramente persa anche se non lo voleva ammettere), propose la cosa come se fosse stato lui a chiedere un favore a lei e non viceversa.

"Ma si" rispose con quella deliziosa voce che aveva "andiamo insieme".

Il sentiero non era tracciato, solo chi lo conosceva bene avrebbe potuto percorrerlo agevolmente, in alcuni tratti era molto ripido, in altri un po' scosceso, ma il boscaiolo era sempre pronto a dare una mano alla Principessa.

"attenta che qui cede il terreno … qui è ripido, aiutati con quella fune che ho legato all'albero … appoggiati a me che potresti cadere e sporcarti …" in ogni passaggio difficile lui c'era, discreto, senza imporsi, ma c'era.

Arrivarono in prossimità del villaggio e la Principessa capì che non poteva entrarvi perché sarebbe sicuramente stata riconosciuta e non voleva far sapere al boscaiolo chi era.

"Io devo salutarti qui, perché abito dall'altro lato. Grazie per la compagnia e per l'aiuto che mi hai dato. Se non ti dispiace qualche volta verrei volentieri a trovarti nella tua capanna".

"Ciao, Signorina, allora buon rientro a casa. Puoi venire a trovarmi quando vuoi, oramai la strada la conosci".

Nei giorni successivi e sempre più frequentemente, la Principessa eludeva la stretta sorveglianza delle guardie reali e raggiungeva il boscaiolo nella sua capanna; tutte le volte che arrivava, come se lui avesse percepito il suo arrivo, le faceva trovare un oggettino di legno scolpito.

Parlavano tanto i due, degli argomenti più disparati, ma dovevano proprio divertirsi perché le loro risa riempivano il silenzio del bosco.

Ma il Re si accorse che qualcosa non andava secondo i suoi piani: la Principessa non era quasi mai a Castello, non passava il suo tempo a cucire e ricamare, non incontrava tutti quei bei Principi che andavano a trovarla. Alla sera era sempre stanca ed affamata e nonostante si coprisse aveva visto che gambe e braccia erano talvolta graffiate, ma non l'aveva mai vista infilarsi nel roseto fiorito proprio all'interno del giardino.

Decise quindi di farla controllare da una delle guardie.

Non fu difficile per lui seguirla nel bosco senza farsi notare ed arrivò facilmente alla capanna del boscaiolo. Quando vi entrò trovò la Principessa che stava osservando l'ennesimo regalo che le era stato fatto, un piccolo taglierino in legno scolpito, mentre sorseggiava un po' di acqua fresca da una ciotola, anch'essa di legno.

"Principessa!" gridò la guardia.

Lei si sentì scoperta, il boscaiolo, invece, non capiva.

"Signoria vostra non può stare qui!" (chi sarà stata mai questa "signoria vostra"?)

Abbasso il capo, con un cenno della mano salutò il boscaiolo e seguì la guardia per tornare al castello.

Si prese una bella lavata di testa dal Re, dalla Regina e da tutti coloro che avrebbero dovuta curarla, ma lei, il giorno dopo, scappò di nuovo e tornò nel bosco (forse mi ero dimenticato di dire che era anche furba e testarda).

Entrò nella capanna con un sorriso enorme ma non fu ricambiata dal boscaiolo che, stranamente non le aveva preparato ne la brocca dell'acqua ne fatto uno dei suoi soliti regalini; era la prima volta, in così tanto tempo, che non aveva percepito il suo arrivo … forse.

Non solo, l'uomo era anche molto triste, non lo aveva mai visto così.
 
"Cosa è successo? Forse sono venute le guardie  di mio padre a minacciarti?"

"Ma no, che dici? Vengano pure, non ho paura" rispose lui con voce tranquilla ma cupa "Perché non mi hai detto che eri la Principessa?

"Te lo avrei dovuto dire?" disse lei.

"Certo che dovevi, ti avrei trattata come una Principessa, ti avrei dato da bere in un bicchiere di vetro, ne avrei comprato uno al villaggio, e non nella ciotola di legno, avrei pulito la capanna prima del tuo arrivo, ti avrei fatto degli oggetti più belli e con legni più pregiati …"

"Fermo, fermo, adesso fai silenzio" la Principessa si rivolse a lui come una vera Principessa " io sono stanca di essere trattata come una Principessa, tutti, al castello ed al villaggio  mi trattano come una Principessa, ma io scappavo da loro perché tu sei l'unico che mi fa sentire una Principessa!".

Il boscaiolo non capì … "trattare come" o "far sentire come" non era in fondo uguale?

Probabilmente no! Ma se quello era ciò che voleva la Principessa avrebbe continuato a farlo, la fece sedere una sedia traballante, prese dalla credenza la ciotola e la riempì d'acqua, con il coltello iniziò a lavorare su un pezzo di legno ed insieme si misero a ridere.       

Nessuno poté impedire alla Principessa di continuare ad andare, di tanto in tanto, alla capanna del boscaiolo e lui, tutte le volte, si faceva trovare pronto a riceverla.

Non si sono mai sposati, troppo diversi, ma comunque vissero per sempre felici e contenti.   >


Forse dovrei provarci anche io, la prossima volta che incontrerò una Fata, invece di "trattarla da Fata" farò in modo di farla "sentire una Fata" e … anche se fata magari non lo è!

Se ha funzionato con il boscaiolo, perché non dovrebbe funzionare anche con me? Mi piacerebbe vivere per sempre felice e contento (specialmente quel “per sempre” ... sul “felice e contento” non posso lamentrami).

sabato 9 novembre 2019

Jazz




Il passo è lento e leggero, il movimento del corpo sinuoso ed elegante, gli occhi, due uniche piccole stelle incastonate in un cielo atipicamente cupo, dall'espressione furba e curiosa.

Il suo mondo è li, un appartamento nella grande città al margine del bosco, ne conosce ogni piccolo dettaglio, ma è perfettamente conscia che i confini possono essere valicati e che fuori esiste un altro mondo fatto di … chissà da chi e da cosa è popolato l'altro mondo, già sapere che esiste la stuzzica e la affascina.

Forse è proprio per questa sua curiosità che la notte preferisce passarla seduta sul tetto dell'appartamento a guardare oltre quella miriade di luci che caratterizzano la città, nella speranza di percepire segnali dell'"altro mondo".

Mi capita spesso, nei miei frequenti voli notturni, di vederla su quel tetto accovacciata a contemplare nel vuoto con quella sua espressione sognante.

Non mi sono mai avvicinato a Lei, seppur tante volte ci abbia provato, sono talmente "diverso" da Lei: piccolo, buffo, goffo, probabilmente mi scaccerebbe come si fa con una zanzara quando ti ronza fastidiosamente vicino all'orecchio …

No, meglio rimanere qui in disparte, è già molto bello guardarla e farsi contagiare dalla sua particolare energia, perché rischiare di rovinare tutto con uno scontatissimo e poco originale: "ciao, sono un Folletto!".

Una cosa però l'ho fatta, ovviamente di nascosto, l'inverno è ormai alle porte e le temperature, specialmente quelle notturne, cominciano ad irrigidirsi; qualche giorno fa l'avevo notata nel suo solito posto, ma si era avvicinata al comignolo sbuffante, forse qualcuno, nell'appartamento, aveva acceso il fuoco nel camino e così quell'angolo di tetto era riscaldato dal fumo che usciva.

Avrebbe potuto starsene al calduccio davanti ai ceppi scoppiettanti ed invece, anche quella sera, non aveva voluto rinunciare a salire sul tetto per sognare.

Il giorno dopo, prima del calar del sole, con il rischio di farmi vedere da qualcuno (strano ma c'è ancora qualcuno che tende ad alzare il naso e guardare al cielo … specialmente gli umani più piccoli), avevo portato una calda e soffice coperta, tessuta da una mia amica fatina, e l'avevo lasciata vicino al comignolo in modo che la potesse vedere: da quel giorno, quando passo, la vedo sempre avvolta nella coperta, credo di averle fatto un buon regalo.

Anche stanotte una leggera brezza proveniente dal mio bosco e diretta alla grande città mi ha permesso di salire su una foglia e dirigermi in una delle mie scorribande notturne e non posso non passare da quello che ormai chiamo il "Tetto di Lei" per un fugace saluto.

Mi sto avvicinando e noto subito qualcosa di diverso dal solito: non è accovacciata sotto la coperta ma seduta su di essa, le orecchie incredibilmente tese ed il corpo proteso in avanti, gli occhi sono due fessure, l'espressione estremamente concentrata; qualcosa l'ha colpita, qualcosa ha sentito, deve solo capire cosa.

Mannaggia mi ha visto! Mi fermo in una zona più buia ma Lei continua a guardare sospettosa verso di me.

Provo a spostarmi per cercare riparo dietro un albero (anche in città ci sono gli alberi, ma parlano poco, sono tristi) e noto che Lei non mi ha seguito con lo sguardo … fiù, ero solo in traiettoria, ma non mi aveva visto!

Mi volto per capire cosa la incuriosisca così tanto: dietro di me solo il bosco.

Ascolto i rumori del bosco, a me conosciuti, per capire se c'è qualcosa di anomalo: mi pare tutto normale, anzi no, stasera ci sono gli "scalmanati" che hanno deciso di ritrovarsi per fare un po' di confusione.

Sono cinque folletti come me che un giorno si sono avventurati in un viaggio molto lungo; quando tornarono ci raccontarono di essere stati in una città diversa dalle altre, le case erano tutte più basse di quelle della nostra vicina grande città, con simpatiche terrazze in ferro, strabordanti di piante e fiori, che formavano, sul piano stradale, colorati portici.

E poi le persone che le abitavano … mai viste di così felici e spensierate, cantavano, suonavano, ogni occasione ora quella giusta per ballare, anche in strada.

Ne erano rimasti affascinati e così decisero di costruire degli strumenti come quelli che avevano visto e di ritrovarsi, ogni tanto, per suonare, cantare e ballare. Anche nel bosco.

Peccato che nessuno di loro conoscesse la musica, quindi ognuno di loro suonava il proprio strumento cercando di stare dietro agli altri, talvolta con scarsi risultati.

Loro si divertivano come pazzi, ma gli abitanti del villaggio ben presto si stancarono di quello che loro chiamavano "rumore" e li obbligarono a spostarsi in una grotta ai margini del bosco e sufficientemente lontani dal villaggio stesso.

Io non lo consideravo rumore, non era raro che andassi ad ascoltarli, ma rimanevo sempre nascosto nell'alta vegetazione per non farmi vedere, non so perché, ma preferivo così.

Quella sera il venticello stava portando quella musica fino in città e Lei l'aveva sicuramente sentita.

Dalla sua espressione capii che quello era il "mondo" che aveva sempre saputo esistesse e che doveva assolutamente visitarlo. Ma come?

Mi faccio coraggio (proprio io che sono un fifone …), conto fino a dieci (lentamente …) e mi avvicino a lei: è anche più bella di come la vedevo da lontano.

"Ciao sono un Folletto!" (patetico …)

Mi guarda per un attimo e poi torna concentrata sul punto nel vuoto dal quale proviene la musica.

"Ciao"

Come se tutti i giorni vedesse un folletto …

"Bella vero?" tento un secondo approccio.

Questa volta sono più fortunato, mi osserva un po' più a lungo e mi risponde anche: "molto! Cosa è?"

Bella figura che ho fatto! Cosa è? E che ne so io cosa è! Mica posso dirle "rumore"!

Dato il mio spiccato senso dell'originalità, continuo imperterrito nel campo dell'ovvio … "sono miei amici che suonano, vuoi andare a sentirli più da vicino?"

Bugiardo! (Non è vero che sono miei amici)

Illuso! (Sicuramente vorrebbe andare a sentirli, ma con me?)

"Ok! Andiamo"

Anche sordo adesso!

"Dai, muoviamoci, altrimenti finiscono prima che si arrivi".

Eh no, questa volta ho sentito bene! Vuole proprio che l'accompagni e non me lo faccio ripetere due volte.

"Seguimi" … era già partita ..

Arrivati alla grotta mi accorgo che all'interno sono in tanti ad ascoltarli: ci sono altri folletti, fatine, animali del bosco e, stranamente, anche della città.

Ci sediamo in un angolo e più ascoltiamo e più ci rendiamo conto che quel "rumore" ha un senso, che quella è musica, musica vera.

Una cosa mi colpisce: i cinque folletti che suonano si divertono più di tutti quelli che invece sono li per ascoltarli, come se suonassero prima per loro e poi anche per gli altri.

È una musica coinvolgente, una musica che mette i brividi.

Mi volto verso di Lei proprio nel momento in cui Lei si volta verso di me e mi accorgo che i suoi occhi si sono fatti di una dolcezza difficilmente descrivibile.

Rimaniamo così, a guardarci, per minuti (anche se a me sembrano ore) e dentro i suoi occhi vedo, nei più piccoli dettagli, il mondo che Lei immaginava su quel tetto e che oggi ha preso finalmente corpo.

Chissà cosa lei ha visto nei miei (temo un pesce lesso, dato che si leccava i baffi!)

Ma tutte le cose belle hanno sempre una fine e sempre nel momento meno opportuno: la musica finisce, la grotta si svuota, ognuno torna alla propria casa. Sarei voluto rimanere li tutta la notte … ed il giorno dopo, ma uno dei musicisti ci sta gentilmente buttando fuori.

Lei però è curiosa di natura e non resiste: " Ma che musica è?"

Lui la guarda, fin troppo accuratamente …, e le risponde pacatamente: "Jazz, piccola!"

"Ma è cosi diversa dalle altre musiche!"

"Certo!" riprende il folletto musicista "a differenza di quanto accade in tutti gli altri generi, dove il brano è comunque sempre più grande di chi lo suona, nel Jazz il protagonista è chi lo interpreta, a prescindere da ciò che viene suonato!"

Magia …